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Il caffè di Secondigliano: il carcere rieducativo da cui dobbiamo ripartire 

L’esperienza carceraria e la figura del penitente stanno andando via via trasformandosi agli occhi dell’opinione pubblica. I media e le loro narrazioni, insieme alle scelte della politica, alimentano l’idea di un carcere che debba essere punitivo piuttosto che rieducativo. L’ostilità e l’atteggiamento di zero tolleranza diventano sempre più diffusi anche a causa delle emanazioni di nuove leggi che mirano ad essere più restrittive, con un inasprimento delle pene anche con la situazione attuale di sovraffollamento delle carceri e l’aumento dei suicidi. 

In sintesi, sembra si sia perso quel senso illuminista di perdono del deviante e del suo accompagnamento nel percorso educativo. Victor Hugo, autore tra i tanti di “L’ultimo giorno di un condannato a morte”, si rivolterebbe nella tomba nello scoprire quanti ad oggi continuano ad essere favorevoli alla pena capitale.

“Un chicco di speranza”: il programma di reinserimento a Secondigliano

Le carceri, tra il sovraffollamento e le mancate politiche di reintegrazione, diventano un luogo dove le occasioni di apprendimento e professionalizzazione non sono abbastanza promosse.

È qui che si colloca il progetto “Un chicco di speranza”, il programma di reinserimento dei detenuti del carcere di Secondigliano realizzato con la collaborazione dell’azienda Kimbo e della diocesi di Napoli. 

L’obiettivo è la formazione di figure professionali di barista e manutentore tecnico, con la speranza di un reinserimento professionale allo sconto della pena. 

I luoghi sono stati allestiti all’interno dell’istituto penitenziario, con un magazzino ricambi per le macchine bar di proprietà di Kimbo mentre, per i detenuti in semilibertà, sono possibili attività lavorative anche all’esterno. E’ inoltre prevista la realizzazione e coltivazione di una piccola piantagione di caffè su un terreno di 10mila mq situato all’interno dell’istituto penitenziario. 

Con il coinvolgimento del Dipartimento di Agraria dell’Università Federico II di Napoli, Mario Rubino – presidente Kimbo – ha voluto restituire qualcosa alla città dove l’azienda è nata, con la sede prima nel Rione Sanità e attualmente a Melito, ed è poi diventata protagonista di una distribuzione in più di cento paesi nel mondo.

Mario Rubino

Niente risorse per il carcere: chi sbaglia viene condannato a sbagliare ancora

Il limite? Il percorso è aperto solo a dieci detenuti. Dieci soltanto, rispetto a tutti quelli che vivono e abitano quotidianamente il carcere e che attendono opportunità di reinserimento e seconde chances. 

Questo perché la figura del carcerato cammina in punta di piedi sul filo della dicotomia tra la colpa personale e la responsabilità statale dell’atteggiamento deviante. L’eccessiva individualizzazione e responsabilizzazione ci conducono su una strada a binario unico, dove si considerano irrecuperabili coloro che hanno sbagliato, arrivando talvolta a normalizzare le violazioni dei diritti umani che avvengono all’interno delle carceri e anche considerandole “giuste”, “lecite”, rispetto alla condizione della vittima. 

Ricordando una massima che sta tanto a cuore a taluni sostenitori della pena capitale: chi è senza peccato scagli la prima pietra. 

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