Sei un diplomato? Ottimo lavoro. Sei un laureato? Complimenti. Scusate ma come mai siete entrambi disoccupati? L’istruzione è la base di ogni persona, ce lo dicono e ridicono sin da quando ingurgitiamo il primo cucchiaino di pasta al formaggino fino all’ultimo capello che perdiamo al termine del nostro percorso di studi. La società di oggi è sicuramente molto più complessa rispetto alle vecchie generazioni, ma allo stesso tempo sono nate e ci vengono presentate nuove frontiere lavorative, vedi per esempio OnlyFans (ciò non vi autorizza a mandarci foto dei vostri piedi). Detto ciò, che tu sia laureato o che tu sia un diplomato, in Italia l’odore di McDonald’s è proprio lì dietro l’angolo ad aspettarvi, l’occasione perfetta per friggere diplomi e lauree di turno. Ma ora basta piangere sulla Coca-Cola versata e chiediamoci: in Italia vale più una laurea o un diploma?
La laurea
La tanto ambita pergamena, firmata, incorniciata e prodotta a mano dalla lontanissima Asia Minore, o più probabilmente dal cinese sotto casa, rappresenta in tutto e per tutto la consacrazione di un corso di studi portato fieramente a termine. Che sia con 60, con 104 o con 110 e tante pernacchie, rappresenta comunque un attestato di competenze pratico-teoriche, di alto grado, in base agli indirizzi scelti. Punti nei concorsi e un curriculum luccicante sono il corredo di questo tanto ambito riconoscimento, ma in Italia c’è ancora qualcuno che sappia leggere? O che non si sia comprato “questo foglio di carta”?. Di un personale sanitario competente, giudici, ingegneri, addetti alla comunicazione adeguatamente preparati ecc. il nostro Paese ne ha un urgentissimo bisogno, ma a giudicare dai dati forse abbiamo un problema. Basti pensare che nel 2021, secondo il report dell’ISTAT, il tasso di occupazione dei laureati nella fascia 25-64 anni si attesta all’82,1%, siamo dunque sicuri serva veramente dannarsi l’anima e perdere tutti i capelli per un foglio di carta?
Il diploma
Il diploma, nello stereotipo superficiale e un po’ ignorantello del nostro Paese (ma mai come i nostri Parlamentari), è spesso associato all’etichetta di “svogliato” o “non portato per gli studi”. C’è da considerare però che, soprattutto negli ultimi anni, gli istituti professionali sono aumentati in numero, specificità e qualità, soprattutto con l’avvento delle tecnologie di ultima generazione e dei nuovi stimoli dalla società, che richiedono nuove competenze e nuove specializzazioni rispetto al passato. “Fermarsi” al diploma però porta con sé anche delle gravanti permanenti (mai come le tasse che pagherai a vita). Se infatti da un certo punto di vista (non sempre), non proseguendo gli studi, potremmo esserci scansati una crisi di nervi e risparmiato qualche trapianto di capelli, questa scelta ci impedirà allo stesso tempo di accedere ad alcuni concorsi e/o ruoli dirigenziali. Aver conseguito un diploma con un percorso ben strutturato però può anche rappresentare una corsia preferenziale in alcuni settori del nostro sistema lavorativo, discorso che vale ad esempio per gli elettrotecnici, meccanici, tecnici esperti in applicazioni informatiche, copywriter ecc. Ruoli per i quali molto probabilmente un laureato non avrà maturato competenze ed esperienze necessarie per ricoprire il posto.
Il vero quesito è quindi: meglio un mondo di soli laureati dove se ci sono problemi su un binario dell’alta velocità siamo costretti al pellegrinaggio stile Lourdes? O una nazione di soli diplomati dove se abbiamo mal di denti al massimo ci possono rifilare una chiave a pappagallo dritto nelle gengive?

