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Oggi Frankenstein è più rilevante che mai

Frankenstein è tornato al cinema con un nuovo adattamento diretto da Guillermo Del Toro, premio Oscar per La Forma dell’Acqua. In concorso all’82esima edizione del Festival del Cinema di Venezia, il film sosterà brevemente nelle sale prima dell’approdo definitivo su Netflix a novembre. Prima mito tra gotico e romanticismo, poi icona pop, il Mostro di Frankenstein ha sempre affascinato i lettori e poi i cinefili di tutto il mondo attraverso la sua tragica umanità. Oggi, nell’era delle I.A. e dei dibattiti sulla sua etica, forse si può ancora imparare qualcosa da lui.

Il romanzo di Mary Shelley

Nel 1816 Mary Godwin aveva 18 anni. Quell’anno fu soprannominato “senza estate”, data l’eruzione del vulcano Tambora, in Indonesia, che alterò il clima dell’intero pianeta. Bloccati per il maltempo a Villa Diodati – sul Lago di Ginevra – Mary, il suo futuro marito Percy Shelley, il poeta Lord Byron e il medico John Polidori si sfidarono a suon di storie dell’orrore. Mary concepì la storia del Dottor Frankenstein e del suo Mostro dopo un sogno. Influenzata dalle teorie scientifiche e filosofiche dell’epoca, lo sviluppò su carta e lo pubblicò nel 1818 sotto nome del marito, dando vita al primo romanzo di fantascienza della storia. Solo nel 1831, con la seconda edizione del libro, la Shelley si rivelò come autrice.

Il titolo del libro, Frankenstein o il moderno Prometeo, ricalca ovviamente il mito greco. Il Titano Prometeo rubò il fuoco agli Dei, scatenando poi la loro ira e un eterno castigo. Il Dr. Victor Frankenstein dà vita a una creatura composta da pezzi di cadaveri e animata dall’elettricità, per poi abbandonarla inorridito. Questo suo “figlio” è poi costretto ad affrontare l’ostilità degli esseri umani in una sequela di vicende sempre più tragiche.

Tutti conoscono la storia, ma solo chi ha letto effettivamente il romanzo sa com’era fatto il Mostro secondo Mary Shelley. L’aspetto grottesco e cadaverico, dato da una statura e da una muscolatura impressionanti, dalla pelle che a malapena copre cosa c’è sotto e dagli occhi acquosi e infossati, è contrapposto alla sua spiccata intelligenza. Il Mostro impara a parlare e a leggere, in particolare Paradise Lost di Milton. Egli riflette spesso sulla sua condizione e al rapporto con il suo creatore. Il Mostro si fa uomo, mentre l’uomo gioca a fare Dio e diventa il vero mostro.

Frankenstein al cinema

Negli anni ‘30, dopo il successo del Dracula con Bela Lugosi, Universal Pictures decise di continuare su quella strada con una serie di pellicole “mostruose”. I cosiddetti “Mostri Universal”: l’Uomo Invisibile, l’Uomo Lupo, la Mummia, il Mostro della Laguna Nera e – ovviamente – il Mostro di Frankenstein.

Frankenstein del 1931, diretto da James Whale e con Boris Karloff nel ruolo del Mostro, ha consacrato la creatura nell’immaginario collettivo nonostante si discosti abbastanza dal libro. Qui il Mostro è muto, limitato, con gli iconici bulloni sul collo. La sua violenza è giustificata dal fatto che il suo cervello è stato preso dal cadavere di un criminale. Nel romanzo, invece, il Mostro diventa tale a causa della solitudine e del rigetto da parte degli altri. In ogni caso il film rimane un capolavoro del suo genere, che coglie lo spirito dell’opera di Shelley per la maggior parte.

Tra i vari seguiti è importante citare La Sposa di Frankenstein del ‘35, sempre di James Whale e con Boris Karloff. Qui il tema cardine è la solitudine del Mostro e la sua ricerca dell’amore. Il tutto in una cornice che spesso vira verso la commedia, senza snaturare – però – la sua essenza gotica.

Adattamenti successivi sono stati quello del ‘57 prodotto dalla Hammer Film – il primo a colori – e la fantastica commedia di Mel Brooks, Frankenstein Junior, del 1974. Poi Mary Shelley’s Frankenstein del 1994, con Kenneth Branagh nei panni sia di regista che di Dr. Frankenstein, accompagnato da Robert De Niro nel ruolo del Mostro. Il capolavoro di Mary Shelley è tornato anche a teatro nel 2011, diretto da Danny Boyle e con Benedict Cumberbatch nel cast.

E ora veniamo alla trasposizione di quest’anno, diretta da Guillermo del Toro, con Oscar Isaac come Victor Frankenstein e Jacob Elordi nelle vesti del Mostro. Del Toro, che aveva prestato il suo volto al personaggio di Dead Man – che si ispira proprio a Frankenstein – in Death Stranding di Hideo Kojima (chissà chi ha influenzato chi), ha definito il suo film un “dramma fantastico” più che un horror. La critica di Venezia lo ha lodato con 13 minuti di standing ovation, soprattutto per la messa in scena favolistica che contraddistingue il regista messicano dai tempi de Il Labirinto del Fauno.

Frankenstein Guillermo Del Toro

Del Toro – durante un’intervista – ha rivelato che il suo film non è una diretta metafora dell’intelligenza artificiale, come qualcuno aveva ipotizzato. Piuttosto un racconto sull’umanità e la sua capacità di adattarsi alle circostanze più opprimenti. Quindi un discorso molto più ampio che non può essere ridotto a un solo tema specifico. In ogni caso la pellicola arriverà su Netflix questo 7 novembre, ma prima potremo vederlo anche in alcune sale selezionate.

Per il 2026 è previsto un altro adattamento per la regia di Maggie Gyllenhaal, The Bride. Ambientato nella Chicago degli anni ‘30, si concentrerà sulla “sposa di Frankenstein”, una donna assassinata e riportata in vita che si ribella ai suoi creatori. Si preannuncia una trasposizione più in linea con le tematiche sociali contemporanee, in particolare femminismo e patriarcato. Nella rosa di attori spiccano Jessie Buckley, Christian Bale e Penelope Cruz.

L’ I.A. come odierno Frankenstein

L’intelligenza artificiale non è altro che un simulacro della coscienza umana che si basa sull’aggregazione di conoscenza già esistente sotto forma di testi, immagini, video, musica e molto altro. Un frutto dell’uomo che punta a essere uomo, proprio come il Mostro di Frankenstein. Non un ammasso di dati provenienti da ogni dove, ma un ammasso di pezzi di cadaveri fatto muovere dalla follia geniale di un Prometeo. Ricordiamoci che il romanzo del 1818 non era anti-progresso, ma pro-etica: Mary Shelley non era spaventata dal futuro, ma dalle sue derive più immorali. In quest’ottica, demonizzare a priori queste entità dal potenziale illimitato è sbagliato tanto quanto utilizzarle per scopi scorretti.

Deepfake, manipolazione mediatica, violazione della privacy e sostituzione dei lavoratori umani sono solo alcuni – tra i tanti – effetti negativi dell’uso dell’I.A. Per evitarli occorrono regolamentazioni, trasparenza e un approccio etico e responsabile nello sviluppo. Sebbene questo spetterebbe ai legislatori e alle aziende, chiunque nel suo piccolo può decidere di sfruttare tali strumenti per qualcosa di costruttivo e non il contrario.

Ormai la creatura è viva, e abbiamo la responsabilità di aiutarla a gattonare prima che cammini.

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