In qualsiasi confronto armato o civile vi sono “linee rosse”, limiti che entrambe le parti sanno di non dover superare, per evitare una drammatica escalation verso lo scontro totale. In Iran, questa settimana, alcune linee rosse sono state superate. Ed anche nella nostra piccola Italia, impegnatissima con la questione referendaria, alcuni limiti sono saltati. Per non perdersi niente di tutto questo caos, c’è YPOSTA, la rubrica di Young Popular Opinion, che prova ad evitarvi attacchi di panico e a raccontarvi gli eventi più importanti della settimana in maniera semplice ed ironica (per quanto possibile). Speriamo di riuscirci (soprattutto per gli attacchi di panico). Potrete ricevere questo articolo direttamente sulla vostra casella postale tramite una newsletter, che verrà inviata ogni domenica. Per riceverla direttamente, basta inserire la vostra mail qui.
L’isola di Kharg
La guerra nel golfo Persico prosegue e deflagra. Ieri mattina gli Stati Uniti hanno bombardato alcuni obiettivi militari sull’isola di Kharg, in Iran. E non è un bombardamento come un altro, poichè, per l’Iran, Kharg non è un’isola come un’altra. Questa piccola isola (praticamente un sasso molto grande in mezzo al golfo Persico) per l’Iran è proprio fondamentale. Grazie infatti alle acque profondissime (più o meno come le spiaggie in Calabria) che circondano l’isola, le grandi petroliere hanno la possibilità di attraccare, caricare il petrolio e ripartire subito verso l’Asia (soprattutto). Per questo motivo dall’isola di Kharg passa quasi il 90% delle esportazioni del petrolio iraniano.

Fino a sabato mattina l’isola era stata completamente risparmiata dai bombardamenti, proprio in virtù della sua importanza. Fino a sabato mattina Kharg era una linea rossa della guerra da non superare. Trump però ha deciso di varcare (in parte) il suo “Rubicone”. In parte perché il bombardamento ha risparmiato le infrastrutture petrolifere, insistendo sugli obiettivi militari. Premesso che è praticamente impossibile capire cosa passa per la testa di Trump (neppure lui lo sa. Di questo sono sempre più convinto), possiamo ipotizzare che il bombardamento a Kharg sia una forma di rappresaglia ad un’altra linea rossa, oltrepassata dal regime iraniano in settimana.
Mine ad Hormuz
In queste settimane attraversare lo stretto di Hormuz con una petroliera è roba da capitani coraggiosi, per davvero. La repubblica islamica ha chiuso (in maniera selettiva) lo stretto e lancia missili e droni a chiunque (o quasi) provi ad attraversarlo (a meno che la tua non sia una nave cinese). Insomma il rischio di essere colpiti è piuttosto alto (quasi quanto passare il capodanno per strada a Napoli). Eppure non è la cosa peggiore che possa capitare da quelle parti. Secondo il New York Times infatti i pasdaran, in settimana, hanno cominciato a farcire lo stretto di Hormuz di mine.
E se, sicuramente, attraversare lo stretto di Hormuz, mentre missili e droni ti piovono in testa, non deve essere proprio una passeggiata di piacere, farlo quando sotto di te ci sono centinaia di mine è decisamente peggio. Le mine infatti non si vedono, quindi non puoi evitarle. Le mine sono silenti e durature, quindi una volta installate è dura recuperarle. Questo vuol dire che lo stretto di Hormuz potrebbe essere compromesso per un bel pò, anche parecchio dopo l’eventuale fine del conflitto. E questo è un grosso problema per gli Stati Uniti, per noi italiani e per l’economia del mondo intero.
Allora Donald col bombardamento di Kharg vuole dimostrare agli iraniani (ed al mondo intero) di poter colpire dove e quando vuole e che non si farà troppi problemi a superare qualsiasi linea rossa (persino arrivare ad una guerra totale), pur di raggiungere i suoi obiettivi (che al momento continuano a non essere chiari).
La nuova guida suprema
Intanto mentre Stati Uniti ed Israele continuano a bombardare come se piovesse, la Repubblica islamica ha eletto la sua nuova guida suprema. Che poi tanto nuova non è, dato che è il figlio di quella vecchia. Si tratta infatti di Mojtaba Khamenei, 56 anni, di cui si sa molto poco (se non che ha un patrimonio immobiliare notevole) e la cui voce non è stata mai sentita dagli iraniani. E gli iraniani, nonostante la sua nomina a guida suprema, stanno ancora aspettando. Mojtaba infatti non si è fatto ancora vedere o sentire.
Avrebbe dovuto tenere un discorso il giorno dopo, ma probabilmente, per paura di fare la stessa fine del padre, ha preferito rimandare a periodi più tranquilli. Si è limitato quindi a mandare un messaggio, letto da una presentatrice, con cui incinta il paese a resistere e con cui lancia qualche insulto a Trump (sul secondo punto sentiamo di essere allineati con la nuova guida suprema). Comunque sia questa scelta sta confermando la voce secondo cui la nuova guida suprema avrebbe anche un piede e mezzo nella fossa. Secondo alcune indiscrezioni, Mojtaba sarebbe stato gravemente ferito durante le prime ore del conflitto.
In ogni caso la sua elezione, con ogni probabilità, non sarebbe conseguenza di “meriti” religiosi (lui sarebbe una Ayatollah di “medio livello”), ma per questioni politiche. Mojtaba è molto vicino ai Pasdaran (i guardiani della rivoluzione), corpo militare che, al momento, guida la resistenza e praticamente il paese. La sua elezione è un messaggio forte e chiaro dei Pasdaran a Stati Uniti ed Israele: non solo non ci arrendiamo, ma siamo disposti a lottare fino all’ultimo uomo, per difendere il regime.
Batman colpisce ancora
“O muori da eroe, o vivi troppo a lungo da diventare il cattivo”. Anche questa volta Batman ci ha preso. Infatti quasi 50 anni fa la Repubblica islamica era nata proprio per abbattere la monarchia ereditaria degli Shah. E guarda ora come si sono ridotti. Il potere è passato da Khamenei padre a Khamenei figlio rinnegando anni di proclami e spergiuri. In questo momento l’Iran mi ricorda un po’ il Movimento 5 stelle. Magari a breve i vertici del regime, pur di non mollare la poltrona, si inventeranno il mandato 0. Oppure, per non essere uccisi, finiranno a fare un’alleanza con il loro peggior nemico, gli Stati Uniti.
Fair play all’italiana
La campagna elettorale per il referendum sulla giustizia prosegue spedita e, a pochi giorni dal voto, entrambi gli schiarimenti stanno superando svariate linee rosse, pare però con l’obiettivo di far vincere gli altri. Ammetto di non aver compreso ancora la ratio di una simile strategia, però è da un po’ di mesi che va così. Ogni volta che un esponente del governo, a favore del sì, apre bocca, fa aumentare i consensi per il no. Ma quando il no comincia la sua rimonta (e basterebbe rimanere zitti per arrivare ad una sicura vittoria), parla un promotore del no (soprattutto magistrati), che ne spara una talmente grossa da rimettere nuovamente tutto in discussione.
Lotta nel fango
Alcune settimane fa è stato proprio Nordio (Ministro della giustizia da cui la riforma prende il nome) a dare inizio a questa inusuale campagna elettorale. Una tra le sue prime uscite sul referendum fu: “questa riforma non influisce sull’efficienza della giustizia e sui tempi dei processi“. Con una frase soltanto, il Ministro riuscì a distruggere mesi di campagna elettorale e tonnellate di card elettorali stampate da Meloni & co. che promettevano “una giustizia più efficace, veloce e giusta“.
Da quel momento in poi, ormai preda di un evidente incontinenza verbale forse causata dall’età avanzata, la situazione è precipitata. Come non menzionare infatti la perla sui metodi para mafiosi del Csm, in grado di fare arrabbiare persino il Presidente della Repubblica, Mattarella. Il monito del nostro presidente della Repubblica ci aveva illusi per un po’ che la campagna referendaria potesse tornare su binari più civili. Ma i nostri eroi ci hanno subito riportati alla realtà.

Gratteri (procuratore di Napoli) infatti, forse preoccupato dalla par condicio, ha passato gli ultimi mesi a fare da perfetto contraltare a Nordio, per il fronte del no. Un paio delle sue uscite, infatti, sono servite a “pareggiare” i conti col Ministro. Prima aveva detto che “avrebbero votato sì indagati, imputati (che poi sarebbero sempre innocenti, almeno fino al 3 grado di giudizio), massoneria deviata e centri di potere“. Poi è arrivato a minacciare Il foglio (giornale apertamente schierato a favore del sì) dicendo “Tanto dopo il referendum con voi del Foglio faremo i conti, tireremo su una rete”.
Gaffe come se piovesse
Nel mezzo gaffe di ogni tipo da entrambe le parti. L’ultima in ordine di tempo è stata la Bartolozzi (capo di gabinetto di Nordio) che, forse, per mostrare al Ministri di essere alla sua altezza, ha detto: “Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che è un plotone di esecuzione.” Dichiarazione non solo improbabile nel merito, ma anche e soprattutto nel metodo.
Un sostenitore moderato del sì (magari non ancora convintissimo della sua scelta, per via dei decreti attuativi ancora da scrivere sulla riforma), potrebbe cambiare idea e decidere di votare no, proprio per paura che il governo, attraverso questi famosi decreti attuativi, possa minare l’indipendenza della magistratura. E queste uscite a gamba tesa alimentano esattamente questa paura. Soprattutto se queste parole sono pronunciate da chi, come Bartolozzi (capa di gabinetto del Ministro della Giustizia Nordio) questi decreti deve scriverli.
Ponti e linee rosse
Insomma sarebbe proprio il caso di darsi una calmata. E non solo per avere dibattiti civili ed utili agli elettori a capire per cosa diamine dovranno votare il 22 ed il 23 marzo. Ma anche perché, qualsiasi sarà l’esito del referendum, chiuse le urne, governo e magistratura dovranno trovare un modo per andare avanti assieme. Il funzionamento di uno Stato, quindi anche dell’Italia, dipende dalla capacità delle sue istituzioni di cooperare. E per cooperare è necessario parlarsi, mantenere dei ponti. Se questo meccanismo si rompe, l’intero giocattolo va in frantumi. E sono dolori per tutti.
Per questa settimana è tutto. Se volete rimanere in contatto con noi, possiamo continuare a “vederci” su questa newsletter, basta iscriversi inserendo qui la vostra mail. Buona domenica!

