Settimana decisamente vivace. Tra il dissing tra Trump ed il Papa, la tregua in Libano, la fine della special relationship Trump-Meloni, il mistero attorno allo stretto di Hormuz e le elezioni in Ungheria gli ultimi 7 giorni sono durati 3 anni. Naturalmente quando accadono così tante cose è facile confondere i segnali (che ci indicano cosa sta accadendo) con i rumori (incidenti di percorso). Per fortuna ci siamo noi che, coraggiosamente, proviamo a fare un può di chiarezza. Per non perdersi niente di tutto questo caos, c’è YPOSTA, la rubrica di Young Popular Opinion, che prova ad evitarvi attacchi di panico e a raccontarvi gli eventi più importanti della settimana in maniera semplice ed ironica (per quanto possibile). Speriamo di riuscirci (soprattutto per gli attacchi di panico). Potrete ricevere questo articolo direttamente sulla vostra casella postale tramite una newsletter, che verrà inviata ogni domenica. Per riceverla direttamente, basta inserire la vostra mail qui.
Tregua in Medio Oriente
Dopo oltre un mese di bombardamenti, in Medio Oriente cala il silenzio. Dopo infatti la tregua Usa ed Iran, venerdì anche Israele e Libano hanno sospeso, temporaneamente, le ostilità. A dire il vero Netanyahu non era tanto convinto, ma Trump (che davvero non vede l’ora di mollare la sua sciagurata guerra all’Iran) si è imposto sul (presunto) alleato, obbligando praticamente Israele a darsi una calmata. E con questo siamo a 10 guerre a cui ha messo fine Trump (almeno secondo lui). Ci sarebbe da sottrarre le guerre a cui lui stesso ha dato inizio, ma vabbè sono dettagli. Non ce la sentiamo di fare i pignoli.
Naturalmente per Netanyahu questa è una brutta botta, anche perché la maggioranza degli israeliani (soprattutto quelli che vivono a nord del paese) è favorevole a proseguire la guerra con il Libano. Ma questo è soltanto un “incidente” di percorso. Bibi saprà come rifarsi. Di questo, purtroppo siamo sicuri.

Lo stretto di Schrodinger
Una tra le condizioni imposte dagli iraniani per la riapertura dello stretto di Hormuz era la tregua tra Israele ed il Libano. Quando venerdì la tregua era cominciata (e miracolosamente reggeva, grazie anche all’insospettabile collaborazione di Hezbollah), ci si aspettava, finalmente, la riapertura dello stretto che sta paralizzando il mondo (e mettendo in crisi i nostri programmi estivi). Ed in effetti sabato mattina ci siamo svegliati con una buona notizia (cosa piuttosto rara ai nostro tempi): lo stretto di Hormuz era aperto!
Indici azionari su, petrolio giù e navi che accendevano il motore. Insomma sembrava finita, tanto che alcuni giornalisti (i più temerari) stavano già scrivendo i titoli di coda su questa sciagurata guerra.
Qualche ora dopo, però, gli iraniani hanno fatto dietrofront ed hanno bloccato nuovamente lo stretto. Secondo i guardiani della rivoluzione gli Stati Uniti continuano a bloccare i porti iraniani, e fin quando non libereranno i porti iraniani, lo stretto rimarrà chiuso.
Naturalmente le 16000 navi ferme ad Hormuz, superato l’entusiasmo iniziale, hanno spento di nuovo i motori. Un giorno lasceranno il golfo Persico, ma quel giorno non è oggi. Tra il rischio di essere bombardati dagli americani, colpiti da un missile iraniano o finire su una mina, le probabilità di saltare per aria sono troppe. Quindi, nonostante le drammatiche condizioni in cui si trovano i marinai ormai fermi da oltre un mese nelle acque di Hormuz, si rimane fermi.
Ci mancava solo il Papa
Adesso possiamo dirlo: Trump ha litigato davvero con tutti. Dopo aver insultato i democratici americani, attaccato quasi tutti i leader europei, imposto dazi a tutto il mondo, rapito Maduro (presidente del Venezuela), minacciato Xi Jin Pin, offeso Machado (colpevole di avergli sottratto il Nobel per la pace), litigato col primo ministro norvegese (reo di non aver assegnato il nobel a lui, anche se il premier norvegese col Nobel per la pace non centra nulla), bombardato l’Iran, in settimana si è superato lanciandosi in uno spericolato dissing col Papa, Leone XIV. Ora la collezione è davvero completa.

Durante le celebrazioni pasquali, il Papa aveva “osato” parlare di pace, condannando i tiranni guerrafondai. Forse Donald si è sentito chiamato in causa, perché ha risposto in maniera scomposta all’invito (in verità piuttosto generico e rituale) del pontefice. Per Trump infatti il Papa sarebbe “molto liberal e debole sulla criminalità e sulla politica estera”. (Tra l’altro non si capisce perché, secondo Trump, il Papa dovrebbe occuparsi di criminalità…). A differenza però dei suoi predecessori (spesso “sordi” agli insulti di “alcuni capi di Stato), Leone XIV l’ha presa sul personale, ed ha risposto a tono agli insulti di Trump.
La lotta per le investiture
N’è uscita una zuffa memorabile, in cui si è lanciato (probabilmente in maniera fin troppo disinvolta) anche il vice presidente Usa, JD Vance (cattolico di ferro), secondo cui il Papa deve stare molto attento quando parla di teologia. La Conferenza Episcopale Statunitense (USCCB) si è schierata a difesa del Pontefice, dichiarando che il Papa non è un rivale politico né un leader di partito, ma il Vicario di Cristo, che parla in base al Vangelo.
Questa storia rappresenta l’ennesimo problema per Trump (piuttosto auto inflitto). Donald infatti gode dell’appoggio dei cristiani americani, che ora stanno seriamente pensando di mollarlo (e non sarebbero i primi). Le elezioni di metà mandato sono sempre più vicine, e le cose per Trump si mettono sempre peggio…
C’eravamo tanto amati
Il dissing settimanale tra Trump ed il Papa ha fatto una vittima inaspettata: l’amicizia tra Trump e Meloni. I due, dopo anni di complimenti e collaborazione (almeno a parole), hanno interrotto i contatti, per seguire strade diverse. E’ cominciato tutto lunedì mattina, quando in Italia è arrivata la notizia degli insulti di Trump al Papa. Meloni all’inizio ha temporeggiato. Ha scritto un post molto sobrio, in cui si schierava al fianco del Papa, senza neppure nominare Trump. Troppo poco, persino per lei.
Evidentemente, nonostante il suo amico l’avesse sparata davvero grossa (poi contro il Papa, probabilmente la più importante istituzione del nostro paese), non se la sentiva di tagliare i rapporti con Donald (comunque un alleato potente, nonostante gli evidenti segni di squilibrio mentale) e di rinnegare 4 anni di politica estera.
Già nella tarda mattinata, però, il doppio giochismo Meloniano (a cui ci stiamo pian piano affezionando) non reggeva più. Da un lato le opposizioni (guidate dall’ex amico di Trump, Giuseppe Conte, forse ancora offeso dal tradimento subito) la spingevano a prendere una posizione più netta. Dall’altro c’erano i suoi colleghi di partito, desiderosi di ricevere indicazioni dall’alto (naturalmente parliamo di Meloni. Visto l’argomento potrebbe essere semplice fare confusione), per rintuzzare gli attacchi da sinistra.
Papa First
Nel pomeriggio, stretta nella morsa, Meloni è stata costretta a prendere una posizione netta. Si è schierata dalla parte del Papa, definendo “inaccettabili” le parole di Trump. Quando la notizia è arrivata negli Stati Uniti, Trump non le ha mandate a dire. Si è detto stupito dalla reazione della Meloni, quasi da non riconoscerla più. Secondo lui il presidente del Consiglio italiano sarebbe senza coraggio. Poi ha accusato l’Italia di voler lasciare che l’America faccia “il lavoro sporco” per lei, pur beneficiando del petrolio che transita in Medio Oriente, cosa che Trump dice davvero a tutti. E questa è la novità: perché da lunedì Giorgia Meloni, almeno agli occhi di Trump, è come tutti gli altri leader europei, da lui profondamente odiati.
Dopo aver criticato duramente il rifiuto del governo italiano di inviare navi militari nello Stretto di Hormuz e di concedere l’uso della base di Sigonella, ha concluso con l’immancabile minaccia: “L’Italia non c’è stata per noi, noi non ci saremo per loro!”. Insomma con una frase sola ha affossato il legame con l’Italia e la sola ragione per cui esiste la Nato. Un doppio colpo da manuale. Quando Donald è ispirato, è davvero ingiocabile.
Rumori e segnali
La settimana è stata davvero caotica. Eppure i più impavidi, come noi, provano a mettere un po’ di ordine in questo caos (augurandosi di non fare brutte figure). Cominciamo dalla guerra nel Golfo Persico. Nonostante il fallimento dei negoziati ad Islamabad (sui cui però nessuno avrebbe scommesso un centesimo) ed il mistero sullo stretto di Hormuz (un po’ aperto, un po’ chiuso), i segnali sono incoraggianti. Al momento, grazie alla doppia tregua non si spara più. Inoltre gli incontri in Pakistan non sono stati del tutto inutili. Usa ed Iran, pare, abbiano trovato alcuni punti di fondo dai quali cominciare le trattative. Secondo gli americani, infatti, l’Iran dovrebbe bloccare il suo programma nucleare per i prossimi 20 anni. Le guardie della rivoluzione hanno rilanciato dicendo 5 anni. La distanza è notevole, lo so. Però, almeno, c’è una trattativa.
Il dissing col Papa è stato rumore. Doloroso, soprattutto per Trump ed i suoi elettori cristiani, ma solo rumore. Il Presidente degli Stati Uniti, con l’attacco all’Iran, si è cacciato in una brutta situazione, ed ora cerca continuamente di spostare l’attenzione da una guerra sciagurata. Settimana scorsa si è un po’ parlato di Epstein. Questa settimana ha insultato il Papa. Chissà la prossima cosa si inventerà.
In merito ai rapporti Trump Meloni, non mi preoccuperei troppo. Dopotutto questa speciale relazione Usa Italia è stato più un prodotto da dare in pasto ai media, piuttosto che qualcosa di concreto. Quando Trump ha applicato i dazi a tutto il mondo, non ha avuto nessun riguardo per l’Italia. Idem per le offese, gli insulti, le sollecitazioni. Era un’amicizia di molte parole e pochi fatti. E come tutte le amicizie di molte parole e poche fatti, si è frantumata alla prima discussione.
Altre notizie della settimana
In Ungheria ha vinto nettamente Peter Magyar, scalzando dalla poltrona l’odiato (soprattutto dagli europei) Viktor Orban. Questo potrebbe aprire una nuova stagione non solo per gli ungheresi, ma anche per l’unione Europea, negli ultimi anni frenata dal filorusso Orban. Però Magyar rimane un conservatore di destra, quindi voliamo bassi.
In Italia continuano le epurazioni all’interno di Forza Italia. Dopo un lungo colloquio negli studi di Mediaset tra i Berlusconi ed il Presidente di Forza Italia, Tajani (per chi l’avesse dimenticato vice Primo Ministro e Ministro degli esteri), anche l’altro capo gruppo Barelli (alla Camera dei Deputati) è stato liquidato (come Gasparri, ex capo gruppo al Senato). Il cerchio dei Berlusconi si sta sempre più stringendo, e la prossima testa a rotolare potrebbe essere proprio quella di Tajani.
Il nuovo presidente della Federcalcio, probabilmente una tra le poltrone più bollenti d’Italia, potrebbe essere Giovanni Malagò. Le squadre di Serie A (in larghissima maggioranza) stanno convergendo su di lui. Ma i vito della Serie A non basteranno, bisognerà trovare degli alleati.
Infine Wired Italia chiuderà i battenti. Secondo il CEO Condè Nast la chiusura è necessaria per ridurre le perdite del gruppo.
Per questa settimana è tutto. Se volete rimanere in contatto con noi, possiamo continuare a “vederci” su questa newsletter, basta iscriversi inserendo qui la vostra mail. Buona domenica!

