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Università verso il progressismo etico, ma dietro la parvenza di progresso si cela spesso il meccanismo artificioso del Woke Washing.

Woke Washing accademico: università progressiste o vetrine pubblicitarie?

Negli ultimi anni le università hanno intrapreso una corsa verso il progressismo etico, mostrandosi vicine ad argomenti come l’inclusività e la sostenibilità. Ma dietro questa parvenza di progresso si cela spesso un meccanismo cinico e artificioso: il Woke Washing.

Cos’è il Woke Washing?

Il woke washing indica la pratica da parte delle istituzioni e delle aziende di adottare pubblicamente posizioni progressiste su temi sociali o ambientali, senza però attuare cambiamenti concreti e strutturali. Si tratta quindi di un’operazione d’immagine a scopo di marketing, che diventa particolarmente problematica quando concerne l’università, luogo che dovrebbe promuovere il pensiero critico e la giustizia.

Varie sfumature di ipocrisia

Il woke washing si declina in vari ambiti. Il più diffuso è il Green Washing, per cui gli atenei vantano iniziative green ma parallelamente firmano accordi con multinazionali inquinanti, non riducono i consumi energetici e non investono in campus sostenibili. Allo stesso modo si parla di War Washing quando gli atenei promuovono la pace e ospitano convegni sui diritti umani, ma collaborano direttamente o indirettamente con l’industria bellica. Altra piaga è il Femminismo di facciata, con le università che celebrano l’8 marzo tramite eventi e post sui social, ma nel frattempo la distribuzione dei ruoli tra uomini e donne resta fortemente sbilanciata. Si parla invece di Rainbow Washing quando gli atenei sfruttano il mese del Pride per avvicinare gli studenti all’istituzione, ma nel concreto non adottano politiche anti- discriminazione, come le carriere alias o misure di tutela contro l’omotransfobia.

C’è infine un profondo problema di inclusione in termini di accesso garantito e supporto reale a studenti con esigenze specifiche, si ignorano le barriere strutturali, scarseggiano i dispositivi per studenti con disabilità e si continuano ad utilizzare pratiche didattiche escludenti. L’inclusione viene ridotta quindi ad un claim, senza risvolti concreti.

Perché il Woke Washing è un problema

Il problema del woke washing, però, è più profondo, e non riguarda solo l’ipocrisia, ma diventa un ostacolo sistemico al cambiamento reale. Fingere impegno per la giustizia neutralizza il dibattito, silenzia le critiche e isola chi si batte realmente per cambiare le cose. Le iniziative sporcate dal woke washing non solo vengono svuotate del loro valore ideologico, ma rischiano di legittimare la superficialità vanificando al contempo il dissenso. Bisogna quindi cercare modi concreti per smascherare il Woke Washing e combatterlo. Lo si può fare pretendendo trasparenza e costruendo partecipazione dal basso. Le lotte per la giustizia non possono essere ridotte a vetrine pubblicitarie: è tempo di svegliarsi e costruire un progresso reale e attuabile, in cui l’università può tornare ad essere motore di coscienze critiche, e non promotore di inerzia istituzionalizzata.

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