Dietro il nome “Juni” si cela Ilaria, un’artista emergente che ha fatto della scrittura un rituale necessario, una forma di esorcismo e un atto di memoria. Dopo un periodo segnato da cambiamenti personali profondi, Juni nasce come progetto intimo e viscerale, radicato nel dialetto napoletano e nell’immaginario urbano. Con Juni, la solitudine diventa lo strumento della creatività: con la voce di Juni la solitudine si fa arte.
Abbiamo parlato con lei per scoprire le origini del progetto, le sue influenze e la direzione che intende seguire dopo il debutto con Factory Flaws.
Come nasce “Juni”? Chi è la ragazza dietro l’artista?
«“Juni” nasce un po’ come un esorcismo. Ero in tour con la mia band. Dopo aver ricevuto la notizia del lutto di un caro amico mi è sembrato di guardarmi allo specchio e vestire panni che non mi appartenevano più. L’attività più vicina alla terapia che conosco è mettere immagini nere su bianco. Quindi ho iniziato a scrivere. Chi è la ragazza? Mi chiamo Ilaria, è un piacere».

Il nome d’arte “Juni” ha radici personali e culturali: perché era importante per te mantenere un legame con il tuo nomignolo d’infanzia e con il dialetto napoletano?
«Mantenere un legame col ricordo è sempre stata una priorità artistica e personale. Scrivere per ricordare. Quando ho scritto i primi brani, tra cui “mosca cieca”, mi è venuto di getto inserire delle componenti folkloriche. Era un modo per imprimere delle immagini, tenerle vive. Il nome è venuto da sé».
Cosa rappresenta per te “mosca cieca” e in che modo la solitudine ha influenzato la scrittura del brano?
«“Mosca cieca” è un brano che parla di demonologia urbana, in primis. Volevo raccontare una Bologna diversa da quella romantica, ironica e disillusa a cui siamo abituati. La mia Bologna è stata sinistra. Immobile. Perdermi è stato assolutamente necessario. Il tentativo di “mosca cieca” non era di rinnegare la solitudine… piuttosto di sublimarla. Usarla come combustibile».
Firmare con una label indipendente come Factory Flaws nel 2025: quanto pensi sia importante per la tua libertà espressiva e per la diffusione del tuo progetto?
«Volevo che il progetto restasse fedele alla sua natura underground, che la mia ‘squadra’ diventasse un’estensione della sua identità. Per me è molto importante rimanere audace ed integra. Mi sembrava il percorso più adeguato».

In che direzione pensi si muoverà la tua musica dopo mosca cieca? Possiamo aspettarci un concept più ampio o una continuità con questo primo singolo?
«Per ora non voglio spoilerarvi niente. Spero sicuramente di superarmi».
Un astro nascente
In un panorama musicale spesso affollato da suoni omologati e parole vuote, Juni riesce a distinguersi con una sensibilità rara, capace di trasformare l’intimità in un linguaggio universale. Le sue canzoni non offrono solo melodie da ascoltare, ma mondi interiori in cui rifugiarsi. Con la voce di Juni la solitudine si fa arte, diventando un’esperienza condivisa e profondamente umana, che consola e ispira chiunque si senta fuori posto nel rumore del mondo.
Non possiamo che condividere il suo augurio finale, fiduciosi di aver incontrato un astro nascente del panorama musicale italiano.

