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Musica dalla periferia con Roberto Colella

Punto d’unione tra diverse generazioni, una platea sempre più ampia e un attaccamento viscerale alle tematiche sociali del proprio territorio. Questa è stata la band La Maschera, progetto musicale nato a Napoli nel 2013 dall’incontro di Roberto Colella, frontman del gruppo, e Vincenzo Capasso. 

Una musica che si avvicina alla denuncia sociale, al desiderio di riscatto e resistenza, dedicato con il cuore a tutti ma soprattutto a chi è cresciuto nell’Area Nord di Napoli.

L’intervista a Roberto Colella

La musica, soprattutto quando si è molto giovani, la si inizia a cercare intorno a sé. Pensi che l’ambiente in cui sei cresciuto abbia influenzato il tuo rapporto con quest’arte? 

«Assolutamente sì, il contesto sociale incide molto su quello che hai da raccontare. Nel mio caso, che vengo dalla periferia e da un’adolescenza passata tra Villaricca e Scampia, attingo a specifiche tematiche narrative».

L’influenza con l’ambiente circostante è stata tale anche per quanto riguarda il sound? Cosa ascoltavi da ragazzo? 

«Diciamo che vivere nell’epoca moderna ci permette di attingere a qualsiasi genere musicale, quindi sono cresciuto con l’hard rock, i Queen e i Led Zeppelin mentre mio padre ascoltava De Crescenzo e Mango».

Come si è evoluto il tuo rapporto con la musica e il genere musicale che adesso porti avanti? 

«Il rapporto si è evoluto in maniera quasi sacra, è stato un percorso fatto di totale dedizione e credo che la musica meriti proprio questo approccio sacro. Nel mio caso ho virato verso la musica in napoletano quando ero all’università e mi sono imbattuto nello studio di Shakespeare. Lui sosteneva che fosse fondamentale nel processo di scrittura esprimersi nello slang congeniale a sé stessi, nel mio caso appunto la lingua napoletana. Ovviamente sono seguite poi ricerche verso i suoni che hanno poi caratterizzato il sound de La Maschera e le sue tematiche concettuali».

Che ruolo hanno per te le tematiche all’interno della musica? 

«Le tematiche caratterizzano il progetto musicale nella sua interezza, e nel mio caso quelle sociali prevalgono su quelle sentimentali. 

Sono particolarmente legato al concetto di resistenza e di riscatto del popolo, credo che la parola stessa resistenza suggerisca la necessità di una ricognizione organizzata delle proprie risorse culturali e sociali. Uno dei mezzi più importanti per realizzare una resistenza è l’istruzione, ultimamente estremamente bistrattata in quanto si tende sempre di più ad un sapere mnemonico e nozionistico, puntando poco sul dinamismo dei contesti storici e sociali. 

Bisognerebbe insomma, a parer mio, iniziare a pensare seguendo una mentalità più globale e abbandonare quel senso di questione condominiale che spesso caratterizza il nostro metodo di affrontare i problemi».

Com’era il rapporto avevi con la scuola?

«Buono, lì ho maturato quanto fosse importante il ruolo dell’insegnante: è una figura fondamentale nella vita dei ragazzi e spesso, nei contesti più difficili, può giocare un ruolo decisivo nel salvataggio o completo affossamento di un ragazzo in difficoltà. 

Inoltre, ero a scuola quando ho scoperto la mia propensione per la musica, alla quale mi sono dedicato incessantemente da allora».

Il napoletano nei brani musicali ha assunto connotazioni e sfaccettature sempre più variegate, come lo declini nei tuoi testi?

Il napoletano può essere usato in accezioni estremamente diverse, non esiste una verita assoluta o un unico utilizzo legittimato. Credo che il differente uso, che sfoci nella poesia o nella sfumatura più triviale della lingua, sia dovuto al tipo di realtà che si vuole rappresentare. 

Dato che sono per la ricerca poetica, i miei testi spesso nascono come poesie invece che prosa».

Brani musicali a parte, hai mai scritto una poesia? 

«Credo che a prescindere dal mestiere che si fa, ognuno di noi incappi almeno una volta nella magia della poesia, dunque sì».

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La Maschera

Quando è nato il progetto “La Maschera”?

«Sicuramente dall’incontro tra me e Vincenzo, il trombettista. L’obiettivo era quello di produrre musica che soddisfacesse la nostra esigenza di raccontare delle cose. Ecco perché nel primo periodo i brani si dividevano quasi tra teatralità e sonorità».

Il tuo genere musicale raggruppa in sé diverse generazioni, che “lingua” bisogna parlare per rendere la musica universale?

«In realtà credo che la musica di per sé sia sempre universale, forse è il suono quello che cambia il risultato della platea che avvicini. L’obiettivo sarebbe quello di creare una canzone che non abbia un’età precisa, dove il valore della storia e di ciò che si sta raccontando travalica gli spazi temporali limitanti».

Qual è il tuo più bel ricordo legato alla musica? 

«In genere rispondo sempre sempre “quello che deve ancora venire”. Ma se devo ricordare qualche evento in particolare direi sicuramente il viaggio in Africa: portare la musica in Senegal è stata un’emozione unica, così come portarla a Piazza Plebiscito».

In una tua precedente intervista hai affermato che “Sott chi ten cor” è un grido di battaglia. Com’è nato quest’ultimo album? 

«Me lo immagino come una sorta di diario di bordo, rappresenta e ripercorre tutte le mie fasi di vita. Anche per questo diventa complicato per me scegliere una canzone che mi sta particolarmente a cuore, mi ci rivedo alternativamente in tutte».

Immaginati Napoli come un bambino piccolo, cosa vorresti dirgli e augurargli per il futuro? 

«Questa è una domanda difficilissima. Sicuramente auguro di conservare i propri valori e di rivedere presto una luce nuova, di continuare vivere davvero, nonostante tutto».

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