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I bambini in carcere con le madri: è una convivenza disumana?

Nel convegno “Diritti negati. Una convivenza disumana” tenutosi il 15 Luglio 2024, presso Santa Maria Capua Vetere nel nuovo spazio della “Domus svelata“, è stato trattato un argomento molto delicato e particolarmente odierno, con ospiti autorevolissimi. La situazione è quella dei bambini e delle bambine, da 1 a 3 anni, le cui madri sono in stato di detenzione e possono tenere con sé in carcere i minori. Questa situazione riporta un gravissimo nocumento per il loro sviluppo psicofisico.

Abbiamo posto le nostre domande ad alcuni degli ospiti, in particolare Lorenzo Chieffi, professore di Diritto pubblico all’Università della Campania Luigi Vanvitelli; Gabriella Maria Casella, Presidente del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere; e Giuseppe Stellato illustre avvocato penalista del foro di S.M.C.V.,  il quale ha introdotto il tema e moderato il convegno.

L’evento si è poi concluso con i saluti del sindaco di Santa Maria Capua Vetere Antonio Mirra, Il presidente della Camera Penale di Santa Maria Capua Vetere Alberto Martucci, la dottoressa Daniela Santarpia e l’avvocato Gianmarco Carozza. Hanno patrocinato all’evento il dipartimento di giurisprudenza dell’Università Vanvitelli della Campania, Il consiglio dell’ordine degli avvocati e la cooperativa sociale Eva.

Le nostre domande al professore Lorenzo Chieffi.

Professore, come coniuga il diritto all’affettività che comporta anche quello della genitorialità, con i diritti inviolabili dell’uomo garantiti dalla nostra costituzione?

«Allora, è una situazione determinata da un vuoto legislativo che impedisce di poter, in qualche modo garantire, nel caso del bambino, di potersi relazionare con la madre, o il genitore, detenuto in luoghi che non sono adatti. Ciò che io sottolineo spesso, sono le conseguenze di tipo psicologico che ne derivano per il bambino e per la sua crescita. Al di là della questione sicurezza, che riguardano solo la madre che ha commesso un reato, rispetto al bambino, assolutamente innocente, la costrizione in luoghi non adeguati quali: la detenzione domiciliare o la casa famiglia; è di grande pregiudizio per la sua autodeterminazione ma anche per la sua famiglia».

E secondo lei, quale sarebbe lo sviluppo più efficace per arginare questo tipo di problematica?

«Allora, considerando che la questione riguarda pochissimi bambini, stiamo parlando di oggi 22 bambini, l’unica maniera possibile sarebbe garantendo loro la sicurezza».

Ritiene che l’odierna autonomia differenziata possa incidere sulla gestione della sicurezza e della sanità delle carceri?

«L’unica difficoltà regionale odierna è la situazione sanitaria, ad oggi sotto la direzione delle ASL. È chiaro che con l’autonomia regionale ci possano essere delle differenziazioni nella gestione della sicurezza sanitaria negli istituti di pena».

Gli spazi nelle carceri risultano, secondo lei, anaffettivi e impermeabili all’emotività e alla genitorialità?

«Lei sta andando oltre, noi in Italia siamo in grandissimo ritardo rispetto al resto d’Europa. Bisognerebbe individuare dei luoghi appositi nelle carceri, permessi premio per i detenuti, e tante altre modalità per garantire il “diritto all’amore”, certo. L’aspetto dell’affettività è un ulteriore rinuncia da parte del detenuto, che ha notevoli conseguenze psicologiche, non secondario sono i suicidi come conseguenza di tutto ciò».

Il punto di vista della Presidente Gabriella Maria Casella sui bambini in carcere.

Presidente, il tema della genitorialità in carcere è critico, sia per uomini che per donne, alla luce degli avvenimenti odierni, quali sviluppi sono possibili per gestire al meglio la figura genitoriale in caso di detenzione? E in particolar modo nel circondario del Tribunale di S.M.C.V.?

«La genitorialità è un concetto diciamo antitetico rispetto al carcere, per poter garantire la genitorialità bisogna trovarsi in uno stato di libertà tale da consentire l’esercizio della propria podestà genitoriale. Credo che se si voglia assicurare una perfetta genitorialità, tutti gli istituti, i cosiddetti ICAM, siano ostativi alla corretta crescita del minore. Bisognerebbe trovare delle soluzioni legislative che in questi casi consentano l’esercizio della podestà genitoriale alla madre, come ha proposto Paolo Siani, autore del libro: “Senza Colpe. Bambini in carcere”, una possibilità di arresto domiciliare, cioè di scontare la condanna all’esterno, in luoghi in cui il bambino possa vivere la dimensione famigliare».

E nel caso di figli adolescenti, nella fase più delicata della loro vita, come può una madre in stato di detenzione gestire al meglio il rapporto con il proprio figlio?

«Allora, innanzitutto il rapporto bisogna gestirlo, nel senso deve esserci. C’è bisogno di colloqui ricorrenti e, la possibilità per le madri di poter gestire in serenità questi colloqui, il che è ancora una grave difficoltà del nostro sistema penitenziario. In più c’è bisogno della presenza di figure professionali, quali psicologi, per un sostegno e per la gestione della condanna oltre che il rapporto con i famigliari esterni».

La voce dell’avvocato Giuseppe Stellato.

Avvocato, nel suo percorso professionale ha visto tanti genitori ritrovarsi in situazioni di detenzione, ci potrebbe spiegare, secondo il suo punto di vista, più da padre che da avvocato, quale è stata l’esperienza più forte che ha vissuto? E quali sono le difficoltà nel rapporto genitore-figlio in questi casi?

«Il problema del rapporto genitore-figlio nelle carceri, purtroppo, è un problema attuale, com’è un problema attuale anche la gestione del rapporto con il detenuto all’interno delle strutture contenitive. La sensibilità che viene molte volte manifestata quando si discute di questi argomenti è molto minore rispetto a quando si tratta di andare ad affrontare in termini concreti il problema. Noi oggi abbiamo la regolamentazione della materia che affidata ad una legge del 2011, la legge 62, che prevede nei confronti di madri che abbiano prole di tenera età la possibilità di accedere ad una forma di detenzione “attenuata”.

Ciò da un punto di vista psicologico, di formazione, di crescita e di sviluppo del minore non sempre riesce a garantire un equilibrio valido e sano, di qui la necessità e l’esigenza di far in modo da approvare degli strumenti diversi e di maggiore garanzia nei confronti del minore e della collettività, da azioni di natura criminosa o criminale che dir si voglia.

È chiaro che il punto di equilibrio è molto complicato, anche perché rispondere a quelle che sono esigenze specifiche relative al minore e al rapporto con la madre, significa anche fare degli investimenti, non può essere una riforma a costo zero. La riforma richiede interventi di carattere strutturale ed economico, ad esempio l’espansione della possibilità di accesso presso le case-famiglia. Significa creare una serie di meccanismi paralleli di modalità di sconto della pena che molte volte trovano una difficoltà di accettazione anche da parte della classe politica. Dunque, il problema è un problema strutturale, politico e di fiducia.

Tutto questo rende complicata sia la prospettazione dei termini reali del problema, sia la prospettazione concreta di una soluzione del problema. Perché oggi c’è questa riunione e parliamo di questo tema? Paolo Siani, è stato uno dei proponenti di una proposta di legge che possa affrontare in qualche modo questo tema, superando i termini della legge 62 del 2011, allargando l’ambito di operatività delle case-famiglia e di strutture di garanzia del minore nel rapporto con la madre. Purtroppo in qualche maniera questo tema ha trovato, ancora una volta, un blocco, dunque bisogna, a mio parere, iniziare a sensibilizzare sull’argomento creando una rete, nella prospettiva futura di una modifica».

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