Mentre l’Italia boccheggia per l’ondata di caldo estremo, nei campi del Sud si continua a lavorare in condizioni disumane. Il caporalato non va in ferie, e le istituzioni sembrano voltarsi dall’altra parte.
Nelle ultime settimane, l’Italia ha raggiunto temperature da record: colonnine di mercurio che sfiorano (e superano) i 45°C, allerte rosse in mezza penisola, città deserte nelle ore centrali. Ma c’è un’Italia invisibile che non si può fermare, nemmeno con l’asfalto che si scioglie sotto i piedi: è quella dei braccianti sfruttati, spesso migranti, che continuano a raccogliere pomodori, meloni e zucchine sotto un sole che non perdona.
Nei campi di Puglia, Sicilia, Calabria e Campania, il caporalato continua a macinare profitti sulla pelle dei più vulnerabili. I cosiddetti “caporali” – figure intermediarie illegali che reclutano manodopera per conto di aziende agricole – impongono ritmi insostenibili, salari da fame (anche 3 euro all’ora) e condizioni di lavoro che rasentano la schiavitù.
“O lavori o ti licenzio. Il caldo non è una scusa”
È questo il tono con cui molti braccianti si sentono rispondere quando provano a protestare o chiedere una pausa. E se la legge italiana – in particolare la legge 199/2016 – ha introdotto reati specifici contro il caporalato, l’applicazione resta debole, frammentata e spesso ostacolata da omertà e mancanza di controlli.
Le foto e le testimonianze che circolano in questi giorni sono agghiaccianti: uomini e donne stremati, costretti a lavorare fino a 10-12 ore al giorno senza acqua sufficiente né ombra, trasportati in furgoni fatiscenti all’alba, e lasciati a dormire in baracche prive di elettricità. Alcuni collassano nei campi. Qualcuno non si rialza più.
Un sistema che resiste, nonostante tutto
Il caporalato non è solo una piaga etica o sociale, è parte di un sistema economico. Il cibo che troviamo nei supermercati – dai sughi in offerta al banco del discount alle verdure bio delle grandi catene – può avere alle spalle una filiera sporca, dove il risparmio del consumatore viene pagato con la fatica e la salute di altri esseri umani.
Eppure, le reazioni istituzionali restano deboli, episodiche, spesso limitate a dichiarazioni indignate o a qualche retata estiva. Mancano investimenti strutturali in controlli, alternative legali per il reclutamento, protezioni per chi denuncia. Intanto, i braccianti continuano a morire. E noi continuiamo a mangiare.
Serve una scelta collettiva
Chi ha meno di 35 anni oggi è parte di una generazione che ha già dovuto riscrivere il proprio futuro tra crisi climatiche, pandemie e precarietà diffusa. Ma se c’è una forza che ci contraddistingue, è la voglia di giustizia. Il caporalato non è solo un problema del Sud, o dei migranti, o dell’agricoltura. È un problema che riguarda tutta l’Italia, soprattutto ogni volta che mettiamo qualcosa nel carrello.
Pretendere trasparenza nella filiera, sostenere chi promuove agricoltura etica, informarsi, condividere: sono piccole scelte, ma diventano enormi se fatte insieme. Perché mentre il sole brucia i campi italiani, a morire non sono solo i raccolti. A morire è anche la nostra coscienza, se continuiamo a ignorare tutto questo.

