Negli scantinati umidi e bui delle case napoletane si nasconde uno spirito dalla natura ambigua: il monaciello. Indossa un saio lungo fino ai piedi, ha il capo coperto da un cappuccio e appare e scompare inavvertitamente. È contemporaneamente buono e cattivo, è temuto e per superstizione anche amato. A Napoli si dice: Non è vero, ma ci credo. Nel centro storico di Napoli c’è un mondo di libri e di cultura in cui abbiamo incontrato Raimondo di Maio, libraio napoletano, ci ha raccontato un piccolo pezzo di storia.
Quando nasce la figura del monaciello?
«Nella letteratura greca e latina abbiamo figure simili a quella del monaciello napoletano. Napoli era una grande metropoli molto abitata, le case erano comunicanti e non c’erano finestre. Nelle case napoletane avvenivano delle sparizioni, le cause sconosciute di questi episodi hanno portato alla nascita della figura del monaciello. Da sempre, i napoletani sanno divulgare, reinventare, falsificare e disseminare storie. La storia del monaciello, nel pieno Novecento, diventa inafferrabile. Attorno alla sua origine nascono moltissime leggende. Si ritrova in molti racconti letterari: le leggende napoletane di Matilde Serao o Domenico Rea che ci racconta la storia di Nofi, un fantasma che appariva e spariva. Erri De Luca in un classico contemporaneo intitolato “Monte di Dio” presenta la figura del fantasma come un’entità dotata di funzioni benefiche, una figura di cui si sente il soffio ma che non tocca e dà i numeri al gioco del lotto. Alla fine del 2000, la scrittrice Rosanna Ghedina racconta dei fantasmi a Napoli e categorizza la figura dei fantasmi, individuandone i luoghi. Il monaciello è una figura che serve a spiegare una serie di fenomeni sia reali sia irreali. Nella fabbricazione del suo ruolo è viva una forte componente di invenzione e di illusione».
Il monaciello è una figura benigna o maligna?
«Dipende dagli umori e dalle responsabilità che gli affidiamo. Generalmente è pensata come una figura benigna perché il termine monaciello deriva da monaco; quindi, credo che sia sostanzialmente una figura benevola. Accanto all’immagine positiva del monaciello convive però anche una sua interpretazione negativa. La duplicità che gli si attribuisce è sempre esistita».
Qual è la percezione che si ha oggi del monaciello?
«Il monaciello oggi è diventato come la Torre Eiffel. San Gregorio è piena di ceramiche di monacielli. In passato serviva molto ad una società in cui c’erano i cunti. È una figura presente in Basile e in Boccaccio. Una figura organica alla società che serviva a scaricare i timori, le paure e a spiegare l’inspiegabile. Laddove non ci sono parole per spiegare degli episodi, le si inventano. In sostanza accade questo ma sul principio della realtà non ci sono fantasmi o monacielli che tengono».
Nel racconto di Matilde Serao
Matilde Serao narra la storia del monaciello in “Leggende Napoletane”. Il monaciello nasce nel Cinquecento, nel Monastero di Santa Chiara. Siamo nella Napoli del Regno di Alfonso V d’Aragona. Caterina Frezza, figlia di un ricco mercante, intrattiene una relazione segreta con un giovane ragazzo di umili origini di nome Stefano Mariconda. Quando suo padre viene a conoscenza di questo amore clandestino, la rinchiude nel monastero. Accolta dalle clarisse, dà alla luce un bambino, quello che sarà riconosciuto nel tempo, come il monaciello.

