È iniziato ufficialmente il nuovo anno scolastico e, con questo, sono tornate tutte le polemiche ciclicamente lo accompagnano. Già risuonano per le vie d’Italia i “Ai miei tempi non si fiatava in classe!” oppure “Ai miei tempi la scuola era migliore!“, fino al sempreverde “Ai miei tempi si faceva un bel saluto prima della lezione!“. Una meraviglioso rito annuale di cui faremmo volentieri a meno.
La scuola di una volta era davvero migliore?
Ovviamente no. È il frutto di uno scontro generazionale antico quanto le battute su Berlusconi. Con un filtro degno del verificato su Instagram, anche le classi in bianco e nero possono sembrare più luminose di quelle di oggi. In realtà, non solo la scuola dei nostri amati vecchi non era migliore dell’attuale, ma di gran lunga peggiore.
Le classi italiane del secolo scorso erano stracolme di alunni, oltre ogni norma vigente oggi. Poche scuole per una popolazione che, nel secondo dopoguerra, si affacciava all’alfabetizzazione e alla professionalizzazione, portarono a un sovraffollamento delle strutture. Gli insegnanti non potevano dedicarsi agli alunni instaurando un rapporto umano reciproco e, inevitabilmente, l’intero ambiente ne risentiva.
Gli alunni erano tenuti a indossare la divisa. Nel migliore dei casi una camicia e una giacca; un grembiule se il sistema aveva già provveduto a bullizzarti prima dei compagni. La divisa era parte di un processo di uniformazione degli studenti tanto caro al regime fascista, con la riforma Gentile, che ha avuto seguito fino a pochi decenni fa. Eliminare ogni pluralismo: il terrificante motto della scuola “dei miei tempi”.
In aule così piene, era necessario mantenere la disciplina e, con buona pace di decenni di pedagogia, il dialogo e le carezze non erano i metodi più popolari. Nell’immediato dopoguerra, era prassi che l’insegnante si presentasse con la bacchetta e con tante cattive intenzioni. La classe si trasformava in una valida succursale di Guantánamo.
“Fortunatamente” questa moda divenne più rara a vantaggio delle punizioni psicologiche. Degli insegnanti illuminati avevano compreso che il pugno dell’umiliazione fosse più forte del legno della bacchetta. Così nacquero i peggiori serial killer. Con un cappello da asino, alla lavagna a scrivere una qualche regola trasgredita o con la meno creativa offesa personale, il docente diventava il carnefice di una piaga insanabile.
Scuola del ieri o del domani: un problema antico
Il confronto generazionale tra una scuola vecchia, rimasta al passato, e una più moderna era un tema caro anche agli antichi.
Eroda, autore greco di III-II secolo a.C., in un suo mimo, descrive uno spaccato di vita quotidiana interna a una scuola greca. Il maestro Lamprisco convoca la madre Metrotima per parlare del cattivo comportamento di suo figlio Cottalo. Durante il colloquio, il maestro non ha paura di rivelare il suo metodo didattico. Davanti alle malefatte di Cottalo, la risposta era la rabbia, la frusta e l’umiliazione.
Quintiliano, un autore di I secolo d.C., cambia prospettiva in un trattato interamente dedicato all’istruzione. L’insegnate avrebbe dovuto instaurare un rapporto di stima e affetto con il ragazzo, diventando un genitore spirituale che otteneva rispetto con la benevolenza. Il maestro avrebbe sempre spronato il ragazzo a fare meglio.
Abbiamo bisogno di “Quintiliani”!
La scuola di oggi, indirizzata verso il pluralismo e la benevolenza, cerca di garantire non solo la formazione didattica ma, soprattutto, lo sviluppo personale dell’individuo. Siamo lontani dalle cinghiate e dai ceci sotto le ginocchia che hanno generato più incubi che disciplina.
La scialba espressione “ai miei tempi”, in questo caso, sarebbe bene che restasse una nostalgica rievocazione della propria infanzia e adolescenza “violentata” dal sistema. Non ha senso, invece, sperare in una crescita dolorosa e umiliante per i piccoli marmocchi che girano nelle nostre case.
Mai come oggi, in un mondo in x2 e incerto, l’augurio è che ci siano più “Quintiliani” e meno “Lamprischi”. Più “che belli saranno i vostri tempi” e meno “dovremmo tornare ai miei tempi”.
di Francesco Alberico

