Gli ultimi dati dell’ISTAT lo confermano: natalità italiana in costante declino. Ma oltre ai cambiamenti nelle priorità individuali, sarà forse che nel nostro paese mancano supporti ai neogenitori?
Con poco più di 370 mila nati il 2024 si conferma l’anno ai minimi storici per la natalità. Anche il tasso di fecondità risente di questo calo, fermandosi a 1,22 figli per donna, notevolmente al di sotto del minimo necessario per garantire la sostituzione generazionale (circa 2,1).
Denatalità? Un lungo processo figlio di fattori culturali
Tuttavia, gli italiani non hanno di certo smesso di fare figli da un momento all’altro. Il processo di arresto delle nascite è ben più lungo e trova le sue radici negli anni ‘80: a seguito del baby boom nel dopoguerra, tutto un insieme di fattori sociali ha iniziato ad esercitare pressione sulle nascite.
Primo tra tutti, il maggior livello di istruzione femminile ha contribuito ad aprire la strada alle donne nel mondo lavorativo, non relegandole più esclusivamente alla figura di madri. Inoltre, con il fenomeno sempre più in crescita della precarietà lavorativa è decisamente molto più complesso che in passato maturare la decisione di metter su famiglia.
Italia vs UE: quali sono i paesi più forti in termini di sostegno alla genitorialità?
Nonostante nelle sale del Parlamento riechieggino discorsi sulla sostituzione etnica, o peggio ancora di attentati alla famiglia tradizionale, la verità è che se confrontata con altri paesi, l’Italia ha politiche di natalità che non supportano affatto la scelta di diventare neogenitore.
In Francia ad esempio, le politiche familiari sono molto sviluppate. Tra assegni universali e un sistema di asili nido a prezzi calmierati, detiene un tasso di fecondità intorno al 1,8. Sarà forse la dimostrazione che pur sostenendo le politiche all’aborto, in un paese che lo ha recentemente inserito addirittura nella sua Costituzione, si può allo stesso modo incentivare la natalità senza privare le donne dei loro diritti?
Ad avere un alto supporto alla genitorialità sono poi la Svezia e la Danimarca. Con l’adozione di un modello lavorativo che bilanci l’aspetto professionale con la vita privata, offre congedi parentali equamente distribuiti da entrambi i genitori ed efficaci servizi di assistenza pubblica.
Misure italiane…presenti ma inefficaci
L’Italia, pur avendo avviato alcune misure come l’Assegno Unico Universale (2022) e bonus per l’infanzia, resta indietro per svariati motivi.
Innanzitutto, la scarsità di servizi pubblici e/o a prezzo calmierato genera forti disuguaglianze territoriali. In una società dove non è più concepibile avere un solo breadwinner a casa, le donne sono proprio quelle ad essere lasciate più indietro nel mercato del lavoro quando scelgono di avere figli.
Inoltre, la genitorialità nel nostro paese è ancora vista come una questione strettamente privata, dunque la politica se ne fa poco carico. Ciò nonostante, una bassa natalità ha conseguenze non indifferenti sulla qualità di vita di un paese, a partire soprattutto dalla redistribuzione del sistema pensionistico.
Alla luce di tutte queste problematiche, siamo davvero sicuri che basterebbe rinunciare a qualche aperitivo per avere dei bambini, oppure la disuguaglianza è più strutturale?

